Israele, un esempio da imitare? Parte I

Italia e Israele a confronto

A cura di Luca Morena

Prima di descrivere gli interventi effettuati da Israele per contrastare la crisi idrica, è necessario capire in che contesto siano stati realizzati, quindi ecco una disamina, seppur generale, delle caratteristiche geografiche e non, dello stato medio orientale, portando come paragone l’Italia.

Israele, situato all’estremità più orientale del Mar Mediterraneo, confina a nord con il Libano, con la Siria a nord-est, Giordania a est, Egitto e Golfo di Aqaba a sud e con i territori palestinesi, ossia Cisgiordania, a est, e Striscia di Gaza a sud-ovest.

Esso si estende per oltre 25000 kmˆ2 dei quali solo il 2% sono rappresentati da corsi e bacini d’acqua dolce (ossia 500 kmˆ2), a confronto, l’Italia con un’estensione di 300000 kmˆ2, presenta “solamente” il 2,4% di acque dolci (all’incirca 7200 kmˆ2).

Analizzando alcune caratteristiche delle idrografie di Italia e Israele, risalta il fatto che, la sola portata media del Po sia di circa 80 m^3/s, mentre per Israele analizzando le portate dei pochissimi fiumi perenni, troviamo: Yarkon (7 m^3/s  alla foce), Giordano (media 30 m^3/s, inoltre, trovandosi sul confine orientale, è condiviso con altri stati) e  Yarmuk (2.5 m^3/s alla foce). 

Per quanto riguarda i bacini idrici, il principale, nonché unico israeliano, è il lago di Tiberiade, che ha una superficie di circa 160 kmˆ2(il lago di Garda, per esempio ha un’area di 370 kmˆ2).

Passando invece alle precipitazioni, la media italiana degli ultimi 10 anni è di 770 mm (dati Mipaaf). Per Israele invece, si aggira attorno ai 500 mm. In Italia, oltre alle zone “desertiche” di Accona in Toscana, e Piscinas in Sardegna, non vi sono estese zone aride, anche se diversi studi hanno evidenziato come alcuni territori della penisola siano a rischio desertificazione entro il 2050: in primo piano, purtroppo, la Sicilia per la quale il territorio a rischio rappresenta quasi il 70% della regione, seguita poi dal Molise (58% del territorio), dalla Puglia (57%) e dalla Basilicata (55%). In Israele invece, il deserto del Negev occupa circa il 60% del territorio nazionale.  

Tra gli interventi che diversi Paesi hanno e stanno effettuando per far fronte alla siccità vi è l’installazione di impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare, e il conseguente tentativo di abbatterne gli enormi costi correlati. A tal riguardo, è da riportare l’esempio di Israele che negli ultimi anni si è trovato ad affrontare una siccità tragica. Un forte calo delle precipitazioni nella regione della Galilea ha causato una diminuzione del livello delle acque del Lago di Tiberiade, che rappresentava la più importante fonte d’acqua del paese. Fortunatamente la costruzione di grossi impianti di dissalazione ha permesso di arrestare il prelievo delle acque lacustri (il livello del lago è il più alto registrato dal 1992) e superare questa situazione critica, ora Israele può permettersi di produrre con la desalinizzazione il 55% di acqua dolce destinata ai suoi abitanti. 

Di questi impianti di desalinizzazione ve ne sono in funzione 5: ad Ashkelon, Palmahim, Hadera, Soreq, ed Ashdod. Lo scopo è di arrivare ad una percentuale del 70% di acqua potabile ottenuta tramite dissalazione entro l’anno 2050.

Gli Israeliani hanno messo a punto un tipo di impianto di desalinizzazione ad osmosi inversa, che ha un minor impatto ambientale rispetto alle tecniche utilizzate in altri impianti sparsi nel mondo. L’impianto di Soreq per esempio, il più grande e tecnologicamente avanzato del mondo, produce il 20% dell’acqua potabile destinata alla città di Gerusalemme, la capitale, con una popolazione di circa 1 milione di abitanti. L’impianto occupa oltre 40mila metri quadrati e aspira 624mila metri cubi al giorno di acqua dal Mar Mediterraneo, con una produzione annua di 150 milioni di metri cubi di “oro blu”. Così facendo, mille litri di acqua potabile costano 58 centesimi: le famiglie di Israele pagano circa 30 dollari al mese per la loro acqua, molto meno che a Las Vegas (47 dollari) o a Los Angeles (58 dollari), mentre in Italia paghiamo attorno ai 15-20 euro.

Il prodotto secondario emesso dagli impianti è acqua iper-salina, che non può essere restituita direttamente al Mediterraneo: essa deve essere trattata al pari di una scoria derivante da un processo industriale, tant’è che la sua gestione può rappresentare oltre il 30% del costo di un impianto di dissalazione. L’elevata salinità produce una riduzione del livello di ossigeno in acqua, e questo impatta notevolmente sugli habitat degli organismi bentonici, con effetti ecologici osservabili lungo tutta la catena alimentare.

All’Italia serviranno questi impianti? Al momento no, perché, come già anticipato all’inizio, il nostro paese è molto ricco di acqua piovana, dovremmo però risistemare la nostra rete di trasporto idrico che in alcune zone disperdono anche la metà dell’acqua trasportata. La ricerca e la sperimentazione di tecnologie di dissalazione sempre più avanzate devono comunque essere valutate e supportate: i climatologi ci dicono che al 2050 la piovosità media in Italia potrebbe calare anche del 7% rispetto a oggi, portando alla desertificazione di quei territori indicati in precdenza.

EnglishItalian